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Il Sushi ed il Web Marketing

Matteo Pittarello, Fondatore e gestore del Ristorante «This Is Not A Sushibar» di Milano è il fautore di un’eccellente iniziativa di Web Marketing “fuori dalle righe”, applicato al Sushi.

Il Sushi applicato al Web Marketing

L’originalità dell’iniziativa sta nella formula tale per cui gli “influencer”, anche minimi – parliamo di almeno 1.000 follower – se al termine del pranzo faranno un post su Instagram taggando il piatto, il ristorante o sè stesso, può scegliere:
a) 1 piatto gratis in più se ha da 1.000 a 5.000 Follower
b) 2 piatti gratis in più se ha fino a 10.000 Follower
c) 4 piatti gratis in più se ha fino a 50.000 Follower
d) 8 piatti gratis in più se ha fino a 100.000 Follower
fino alla totale gratuità se si hanno oltre 100.000 Follower.

Il Target

Il target sono i “mini” influencer che hanno una vera rete di amici che li conoscono bene e sanno quindi che possono veramente fidarsi del consiglio di un amico, non di una celebrità.
L’analisi di Pittarello prosegue basandosi su questi aspetti:
1) target: il posto ha molti clienti millennials
2) questi usano molto instagram
3) questo social non era molto utilizzato dal ristorante

Viralità

L’iniziativa promozionale – definito “passaparola 2.0” – di sicuro impatto mediatico, tant’è che il Corsera e Repubblica hanno ripreso subito questa singolare (per lo meno in Italia) iniziativa non è tanto volta ad ottenere un ritorno economico nel breve – dice il ristoratore – quanto ad “aumentare il numero di amici”.

Se la cosa si fosse limitata a questo probabilmente avrebbe funzionato meglio che un’altra campagna di web marketing tradizionale: facciamo i conti in tasca all’oste!

Sushi su facebook

Ipotizziamo che lui, inteso come l’oste, paghi un piatto (mediamente) 10 € e che su ognuno margini 3 €.
Bene, per andare a pari – augurandosi che il cliente ritorni in futuro – vorrà dire che ogni sua iniziativa pubblicitaria dovrà costare al massimo i 7 € (10-3) di cui sopra.
Se, ipotizziamo, facesse una campagna su facebook, a Cost per Click dovrebbe far in modo che un cliente che solitamente acquista un piatto (sappiamo che non è così, per carità, parliamo di un ipotetico cliente “medio” che acquista solo 1 piatto: lo si fa per amor di calcolo!) alla fin fine, tra un Click e l’altro, decida di diventare cliente.

Proseguiamo col nostro esempio immaginando che ogni click costi al nostro Ristoratore Social solo 20 centesimi: dovranno quindi essere al massimo (7 € / 0,20 € =) 35 click perché un cliente riesca a farsi convincere ad andare a mangiare al «This Is Not A Sushibar».Pochi, di norma, questi click: se il nostro ristoratore dovesse basarsi esclusivamente su questa campagna Facebook difficilmente ci guadagnerebbe, per lo meno nella singola occasione. Oltre tutto basandosi non su affermazioni (fotografiche, su Instagram) di una persona conosciuta e stimata,
l’influencer, ma “semplicemente” sulla comunicazione pubblicitaria.

Potenzialità

Calcoliamo infine la resa di questa campagna social: immaginiamo che arrivi prima un mini-mini-influencer da 1.000 Follower.
Il post di questo verrà visto da un terzo dei suoi utenti, vale a dire 333 persone: alcuni metteranno un “Mi piace” (attualmente solo 7 per questa iniziativa), altri nemmeno quello ed alcuni invece si faranno ingolosire – è il caso di dirlo – dalla proposta culinaria.
Su 333 persone basterà – per ripagare del costo vivo del piatto, 7 € – che almeno tre persone, quindi, aderiscano all’iniziativa e facciano visita al ristorante.
In questa maniera il ristoratore guadagnerà (3 persone x 3 € di margine) 9 € che andranno a ripagare il ristoratore dei 7 € investiti e a fargli guadagnare 2 €.

Ma che razza di influencer potrà mai essere uno che non “convince” lo 0,3% dei suoi follower?

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